Storia dei Porti di Olbia e Golfo Aranci

Olbia. Situato in fondo ad un golfo ben protetto dai venti e dalle mareggiate, il porto naturale di Olbia venne sfruttato anticamente già in epoca nuragica (media età del bronzo 1500 a.c.). Numerose le testimonianze di quest’epoca rinvenute nel territorio, probabilmente ricco di terreni fertili e pascoli e, cosa da non sottovalutare, di ottimi approdi che favorivano le relazioni via mare.
Risalente al periodo è la barchetta di bronzo rinvenuta nella località di Enas (pochi chilometri da Olbia): un oggetto votivo, probabilmente, che testimonia la presenza marinara nel territorio olbiese. Simbolo utilizzato, oggi, come logo dell’Autorità portuale di Olbia e Golfo Aranci. Dal VII secolo a.C. venne probabilmente frequentato per un breve periodo dai greci, ma, contrariamente a quanto possa lasciar supporre l’origine del suo nome (Olbia deriverebbe dal greco Ολβιος/Olbiòs (felice)), secondo gli ultimi ritrovamenti, vengono attribuite ai punici le prime tracce di un vero insediamento urbano, databile tra il V e il IV secolo a.C. I cartaginesi poi la cinsero di mura e di torri, edificando nella parte più alta un’ acropoli.

La storia racconta che nel 535 a.C., nelle acque comprese tra il Golfo e la Corsica, una flotta di sessanta navi focesi della colonia di Alalia si scontrarono con una flotta di navi etrusche e puniche, coalizzatesi per sbarrare la strada alla penetrazione greca nel mar Tirreno. Il violento scontro, conosciuto come la battaglia del Mare Sardo, è ritenuto da molti come la prima grande battaglia navale nei mari dell’occidente. Quando i Romani occuparono la Sardegna nel 238 a.C., la città divenne un centro commerciale un’importante base navale militare. Fu collegata con il resto dell’Isola da tre importanti arterie stradali utilizzate dalle legioni ma anche per il trasporto delle mercanzie. Da Olbia, in quei tempi, partivano le navi cariche di materie prime verso la capitale.

Durante la dominazione romana (238 a.C. – 455 d.c.) Olbia continuò a rimanere al centro di una fitta rete di transazioni commerciali con l’Africa, le Baleari, la Spagna, la Campania e la Sicilia.
Numerose sono le testimonianze di questa lunga epoca soprattutto in ambito portuale.
Nel 1999 durante gli scavi per la realizzazione del tunnel sul lungomare sono state ritrovate numerose navi romane e strutture portuali che hanno consentito di ricostruire l’attività portuale dalla nascita fino al 1700 d.c..Dopo il periodo romanico la città conobbe, con il suo porto, un periodo buio. Verso la metà del 400 d.C. la Sardegna fu invasa dai vandali, l’Olbia romana cadde per un attacco compiuto dai Vandali dal mare: fu incendiata e distrutta insieme alle navi ormeggiate in porto. Il colpo subito fu terribile e alla fine del VI secolo la città appare con un nuovo nome: Phausiana; secondo alcuni storici questo nome è dovuto all’allontanamento dal nucleo originario verso la campagna, ma recenti studi ipotizzano che la Phausiana potesse essere ubicata nel colle di San Simplicio. Gli scavi e gli studi degli ultimi anni, fanno propendere, al contrario, per una continuità abitativa.

In questo periodo il porto della città non cessò di vivere e continuò a commerciare, anche se in modo ridotto rispetto all’età romana e punica. Dall’VIII al XII secolo gli Arabi tentarono la conquista della Sardegna, attratti dalle miniere d’argento, e proprio in questo periodo di perdurante allerta che la Sardegna si separò da Bisanzio e si divise in quattro parti chiamati Giudicati (Cagliari, Torres, Arborea e Gallura). Nel 1296, morto il giudice Nino Visconti, citato da Dante nella Divina Commedia come Giudice Nin gentil, il Giudicato gallurese cade in mano pisana; per iniziativa dei pisani stessi venne quindi ribattezzata in Terranova (mentre il termine Civita rimarrà esclusivamente ad individuare amministrativamente la diocesi).
Periodo durante il quale Olbia tornò alla ribalta: divenne una Città murata, il centro del potere religioso e civile. Prosperità interrotta qualche anno dopo, durante la successiva dominazione degli aragonesi: sotto questa dominazione venne istituito il regime feudale che comportò la disgregazione del Giudicato di Gallura, con il solo mantenimento dell’organizzazione territoriale in Curatorie. I suoi abitanti si dispersero nelle campagne, formando aggregati di stazzi, le tipiche abitazioni rurali della Gallura. Durante il Regno di Sardegna e poi dopo l’unificazione d’Italia, si posero le basi per la fine del sistema feudale e la città riprese il suo sviluppo grazie ad importanti interventi come il dragaggio del porto, il riavvio dei trasporti marittimi, la costruzione della ferrovia e delle strade di collegamento interne. Durante la seconda metà dell’800, la città viene rinominata “Terranova Pausania” e si ripopolò grazie alla cessazione dei pericoli provenienti dal mare.
Furono determinanti, per lo sviluppo futuro, la riqualificazione del porto di Terranova (dal 1870, al quale contribuirono tutti i comuni della Gallura) e l’arrivo della ferrovia (la linea Sassari-Chilivani-Monti-Terranova, inaugurata nel 1881, cui si aggiunse il prolungamento a Golfo Aranci e nel 1889 la diramazione Monti-Tempio), che portarono alla rinascita urbana del centro, che allora contava circa 3000 abitanti, in prevalenza pescatori (con una nutrita comunità di origine ponzese) e contadini. Tuttavia, le difficoltà di ancoraggio dovute all’interramento del golfo spinsero il generale La Marmora a proporre l’idea di costruire un nuovo porto presso Capo Figari, con la fondazione di un nuovo nucleo abitato chiamato “Olbia Nova”. Nel 1880 il servizio regolare di linea (passeggeri e postale) per Civitavecchia mediante piroscafi venne spostato da Terranova alla vicina Figari (oggi Golfo Aranci), prolungandovi la ferrovia, lasciando alla prima il solo traffico merci e militare. Solo nel 1920, a seguito di una insurrezione popolare, venne riattivato il servizio a Terranova, il che diede avvio alla rinascita economica, commerciale e demografica del centro mentre, a seguito dei lavori di ampliamento e banchinamento del porto, nel 1930 venne inaugurata la Stazione Marittima. Il vero cambiamento si verificò negli anni Sessanta, in seguito agli investimenti del principe Karim Aga Khan in Costa Smeralda. Cominciò così quel boom turistico che ebbe importanti ripercussioni soprattutto sul traffico passeggeri.
Negli anni Ottanta – a seguito del Decreto Interministeriale che definiva lo scalo di interesse nazionale – derivarono sostanziosi finanziamenti grazie ai quali furono avviati importanti lavori per la costruzione del settimo e poi dell’ottavo accosto nella darsena nord, della nuova Stazione Marittima e dell’accosto industriale.

Golfo Aranci è una cittadina caratteristica, divenuta Comune autonomo nel 1979 con la separazione da Olbia. Il nome Golfo Aranci è oggetto di numerose ipotesi: la sua denominazione deriverebbe da un refuso sul toponimo gallurese “Golfu di li Ranci” (ossia Golfo dei Granchi).
L’area di Golfo Aranci fu occupata già dalla preistoria ed ha continuato ad esserlo nel corso dei secoli, conoscendo un totale abbandono durante la dominazione aragonese. Il pozzo sacro di Milis, ubicato nei pressi della stazione ferroviaria, la cui costruzione ne ha causato in buona parte il danneggiamento, è la conferma di una presenza umana fin dai tempi remoti.
Elemento trainante di sviluppo del centro è stato il suo porto con l’annesso scalo ferroviario e merci. Con la nascita della Costa Smeralda Golfo Aranci fu rianimata, grazie al servizio passeggeri effettuato dai traghetti delle Ferrovie dello Stato e poi della Sardinia Ferries.

Porto Torres. Situata su un promontorio calcareo nella costa nord della Sardegna, affacciata sul Golfo dell’Asinara, Porto Torres è uno dei principali porti che collegano la Sardegna con il continente e, con una linea estiva, alla Francia.
La sua storia risale addirittura al Miocene, era alla quale risalirebbero i resti di coccodrilli, piccole giraffe, documentati in località Fiumesanto. Particolarmente interessante il rinvenimento di alcuni resti di Oreopithecus, una scimmia antropomorfa vissuta circa 8 milioni di anni fa.
Le prime forme di comunità sorsero durante la preistoria, con le prime aggregazioni di genti prenuragiche, che hanno lasciato al presente alcune necropoli (Su Crucifissu Mannu, Li Lioni, Campu Perdu all’Asinara) e il singolare altare prenuragico di Monte d’Accoddi, un santuario sopraelevato costituito da una monumentale rampa cerimoniale, destinato probabilmente a riti propiziatori di fertilità, in occasione dell’inizio dell’anno agrario.
Risalgono all’età del bronzo, invece, numerosi nuraghi, costruzioni preistoriche a forma di torre. Tra i tanti esistenti sul territorio, sono evidenti circa sette monumenti (Nuraghe Margone, Biunis, Nieddu, Sant’ Elena, ecc.).
Di particolare interesse anche la domus a prospetto architettonico di Andriolu, tombe simili alle domus de janas, realizzate durante il periodo nuragico: sulla facciata dell’ipogeo furono scolpiti, secondo moduli diffusi nella Nurra e nel sassarese, un frontone, una lunetta e l’esedra, tipici elementi delle tombe dei giganti.

Durante l’età fenicio – punica la zona fu probabilmente frequentata da navigatori fenici e successivamente dai cartaginesi, prova ne sono alcuni rinvenimenti che riconducono al culto di Ercole, un amuleto egitizzante del dio Bes, una stele punica in tufo trachitico con figura umana centrale, una coppa greca (ionica) del VI secolo a.C., due lekithoi (vasi per oli e profumi), una lucerna greca, un rasoio punico e altri materiali ceramici.

Durante l’epoca romana divenne colonia Iulia di Turris Libisonis, presumibilmente fondata da Giulio Cesare nel 46 a.C. in occasione del suo soggiorno in Sardegna, o da Ottaviano tramite il suo legato Marco Lurio, attivo nell’isola tra il 42 e il 40 a.C.
Una delle interpretazioni del nome legherebbe la prima parte di questo, Turris, alla presenza di uno dei tanti monumenti del paesaggio preesistente alla fondazione della colonia, verosimilmente una torre nuragica, attribuita dagli antichi ad una popolazione definita genericamente “libica” da cui Libisonis.
Fin dalla sua nascita, la città ebbe un diretto collegamento col fiume e col mare. Si pensa che il primo approdo portuale e i primi edifici sorgessero proprio nei pressi della foce del Riu Mannu, navigabile per alcune miglia. Tra le attività di Turris Libisonis, quella legata principalmente alla pesca e alla navigazione. A testimonianza i diversi monumenti dedicati a Bastet, divinità egizia rappresentata con la testa di gatta e il busto di donna.

Durante il V secolo d.C. la città fu assediata dai Vandali e successivamente dominata dai Bizantini fino a che, col nome di Torres, divenne la prima capitale del Giudicato medievale omonimo. Di questo periodo è possibile visitare la monumentale Basilica di San Gavino, in stile romanico-pisano, sorta sul monte Agellu durante l’ XI secolo d.C. sovrapponendosi all’area cimiteriale pagano-paleocristiana. Nel XII secolo Torres, unico sbocco mercantile di Sassari verso il mare, si trovò al centro della lotta tra Pisa e Genova per il controllo dei traffici commerciali nel Mediterraneo.

In seguito alla dominazione aragonese (1323-1479), e dopo che nel 1441 fu trasferita la sede dell’arcidiocesi da Porto Torres a Sassari, la città divenne spagnola e perse la sua iniziale vitalità anche a causa della diffusione della malaria.
Lo scalo portuale dovette però essere ancora utilizzato quando, con l’arrivo dei Savoia, si promossero diversi interventi nell’area portuale.
Nel 1842 Porto Torres ottenne finalmente l’autonomia comunale da Sassari. La città moderna è nata dall’unione, durante l’Ottocento, del quartiere sviluppatosi attorno alla basilica di San Gavino con il porto di Torres, il borgo di pescatori accanto alla Torre Aragonese.

Durante la prima metà del Novecento, all’economia prevalentemente legata all’agricoltura e in parte alla pesca, si aggiunge l’esportazione di minerali di ferro estratto nella vicina miniera di Canaglia, già utilizzata in età romana.
La miniera fu collegata a Porto Torres da una ferrovia a scartamento ridotto che assicurava l’arrivo del minerale al sito di Ponte Romano, sezione staccata della “Società Siderurgica Mineraria Ferromin” che gestiva Canaglia. Di questo sito sono ancora oggi visibili alcune strutture come due torri, silos in trachite per la raccolta del materiale che veniva poi convogliato in un elaborato sistema di gallerie sottostanti (ancora esistenti) e sistemato su carrelli che tramite una teleferica volante giungevano presso il pontile di imbarco (banchina della teleferica presso l’attuale palazzina della finanza) dove il minerale veniva caricato su piroscafi diretti alle fonderie della della penisola.

Nel 1962 Porto Torres fu dichiarata zona di interesse regionale e nucleo di industrializzazione, diventando subito sede degli stabilimenti petrolchimici della Sarda Industria Resine (SIR). La nuova industria chimica segnò da quel momento in poi un radicale cambiamento economico-sociale, nonchè urbanistico, della città, destinata a diventare uno dei centri più importanti dell’industria petrolchimica sarda come dimostra il veloce incremento della popolazione che passò, dal 1961 al 1971, da circa 11.000 a 15.000 abitanti.

Oggi la città rappresenta una delle mete più interessanti del nord-ovest della Sardegna. Offre al visitatore gradevoli percorsi nel centro, presso i caratteristici negozi di prodotti e artigianato locale e sul lungomare dove, a conclusione di una piacevole passeggiata, si possono ammirare la chiesetta di San Gavino a Mare sulla rupe di Balai (presso la caratteristica spiaggia) e, percorrendo la pista ciclabile, la chiesetta di Balai Lontano, dove la tradizione colloca il luogo del martirio dei tre patroni turritani, Gavino, Proto e Gianuario per i quali si celebra la festa popolare durante il sabato, la domenica di Pentecoste ed il lunedi (Festha Manna).

Nell’arco costiero del Golfo dell’Asinara nel quale sorge Porto Torres sono presenti lunghi tratti di arenili ideali per la balneazione e pittoreschi tratti costieri di falesie calcaree interessati dalla presenza di numerose grotte marine, percorribili agevolmente con piccole imbarcazioni.